Studio Pietropoli

Diverse dimensioni, stesso approccio:
progettare con cura e attenzione artigianale.

Studio Pietropoli è stato fondato nel 1980 da Guido Pietropoli.

Nato il 19 settembre 1945 a Rovigo (Italia). Ha frequentato la Facoltà di Architettura all’Università di Venezia tra il 1964 e il 1970, anno nel quale ha conseguito la laurea a pieni voti con lode, relatore il Prof. Carlo Scarpa. Ha lavorato nell’atelier di Le Corbusier, aperto a Venezia per lo studio del progetto del nuovo Ospedale e diretto dall’Arch. Jullian de la Fuente.
Nel 1972 ha aperto uno studio professionale a Monselice (Padova) e ha iniziato a collaborare ad alcuni progetti di Carlo Scarpa, dei quali ha seguito il completamento dopo la morte del grande architetto nel 1978. Tra il 1972 e il 1976 è stato assistente di Carlo Scarpa nel Corso di Composizione Architettonica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia.
Dal 1977 al 1979 è stato docente di Elementi di Disegno Industriale alla Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza. Nel 1980 apre un nuovo studio professionale a Rovigo, in collaborazione con l’architetto giapponese Theruisha Ito. Nel biennio 1981-1982 è Direttore della Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza. Dal 1989 al 1994 ha progetta componenti per l’edilizia per conto della società giapponese YKK (Kanda, Izumi-Cho, Chiyoda-Ku-Tokyo). Negli anni ’90 ha realizzato progetti di edilizia residenziale e ristrutturazioni di importanti edifici quali ad esempio l’ex zuccherificio di Rovigo, recuperato ad uso Fiera, Centro Congressi e Università.

Dall’inizio del 2000 è affiancato nell’attività professionale dal figlio Martino, laureato in architettura a Ferrara con pieni voti con relatore l’arch. Massimo Carmassi.

Martino, classe 1974, è stato assistente alla Facoltà di Architettura di Cesena, è un fotografo e comunicatore. Ha fondato diversi siti di design e arti varie.

UN'IDEA PER RISOLLEVARE L'ECONOMIA ITALIANA

Un viaggio in Scozia per le selvagge e incontaminate terre delle Highlands mi ha fatto pensare a due cose:

  1. Gli esseri umani sono 7 miliardi ma non ricoprono tutte le terre emerse e vi sono milioni di km quadrati di territorio vergine e disabitato
  2. In Italia ci sono ormai pochissime zone non antropizzate.

Nella stupenda Scozia non c’è molto altro da fare oltre a guardare il paesaggio mentre guidi. E quindi guidi e guardi la strada e il paesaggio. E pensi alle due cose dette prima e anche al fatto che facendo la stessa cosa in Italia — suppergiù in tutta Italia — vedresti brani di paesaggio incontaminato violentati da costruzioni e piazzali e oggetti più o meno grandi e generalmente più brutti che belli che rendono impossibile capire come fosse prima l’Italia.
Come era l’Italia prima dell’industria e dei capannoni e dei centri commerciali? Come era la campagna e come erano le colline? Abbiamo antropizzato ogni cosa e abbiamo anche fatto bei vigneti che hanno steso una trama regolare sulle colline del Collio o della Franciacorta o della Toscana, ma abbiamo anche costruito cose orrende e ormai in disuso. Quel tipo di industria che quelle cose ospitavano non è nemmeno più in crisi: è morto e non risorgerà probabilmente mai più.
Per vedere l’Italia com’era devi immaginarla, devi operare sottrazioni: togliere al visibile gran parte del costruito degli ultimi decenni e provare a figurartela così, a occhi chiusi.
L’Italia ha un territorio diverso: meno esteso e climaticamente più incline ad essere abitato. Il clima è generalmente mite ovunque e storicamente vi sono più centri che hanno prodotto popolazione, ricchezza e industrie.
Ma è proprio nell’attuale snodo storico ed economico che credo bisognerebbe fare qualcosa di radicale e impensabile. Invece che tentare di risollevare un’industria che produce cose che nessuno nemmeno compra più e di cui nessuno ha più bisogno, bisognerebbe avere il coraggio di fare una cosa rivoluzionaria.
Distruggere tutto. Riportare indietro il tempo, a prima che sorgessero questi volumi che ospitavano industrie superate dalla storia e dall’attualità.

E non solo le zone industriali ma anche quelle residenziali di nuova costruzione: milioni di metri cubi costruiti inutilmente, in ossequio a programmi di urbanizzazione ed espansione sbagliati e strategicamente fondati sull’esigenza dei comuni di far cassa piuttosto che su quella di fornire alloggi per una popolazione che non si espande più in numero, anzi.
Quando guardo un quadro rinascimentale amo soffermarmi sui paesaggi alle spalle delle figure ritratte. Mi chiedo dove si trovano oggi. Esistono ancora? Sono opera di fantasia? Forse esistono, molto più probabilmente sono sotterrati da milioni di metri cubi di cemento e ferro. Raffaello cosa dipingerebbe oggi? Forse, ancor più di quanto fece a suo tempo, si ritrarrebbe in un mondo utopico e perfetto. E la Gioconda cosa avrebbe dietro di sé? Un Auchan e prima ancora un ampio parcheggio?
Eppure la natura ha questa forza: si riappropria di ciò che le appartiene, di sé stessa. Lasciata indomita rifiorisce dove l’uomo ha costruito e non ha più mantenuto. Case abbandonate, scatoloni in cemento armato svuotati da anni di ogni presenza umana. L’edera avanza, l’erba cresce irregolare, i fiori crescono nei luoghi più impensati.
In Italia non c’è più bisogno di costruire. Lo si dice da anni: recuperare il patrimonio edilizio esistente (già ormai esuberante rispetto alle esigenze abitative) e costruire il vuoto piuttosto che il pieno: parchi, giardini, strutture sportive. Fare spazio al vuoto distruggendo il pieno. E ricononquistando un’immagine cancellata dalla storia recente: quella dell’ormai mitico Bel Paese, una cartolina sbiadita e illeggibile. Il Bel Paese non esiste. Non c’è più da decenni. Sopravvive nei depliant delle agenzie turistiche e nella memoria o nella fantasia dei turisti. L’abbiamo cancellato e ci abbiamo scritto sopra il nome di un’industria che aveva fame di territorio e di case per metterci chi ci lavorava. Ma ora quell’industria non esiste più e quel modello economico è clinicamente morto.
L’architettura in Italia è in crisi. Non c’è più bisogno di costruire niente di nuovo o, se anche ci fosse, mancano i soldi per farlo.